ASSOCIAZIONE CULTURALE FORMICHE DI VETRO TEATRO | Trittico del mio Byte
286
post-template-default,single,single-post,postid-286,single-format-standard,ajax_fade,page_not_loaded,,qode-title-hidden,qode_grid_1300,hide_top_bar_on_mobile_header,qode-content-sidebar-responsive,qode-theme-ver-10.0,wpb-js-composer js-comp-ver-4.12,vc_responsive

Trittico del mio Byte

Di e con Luca Trezza

Trittico del mio Byte è un progetto per Attore solo.
Un soliloquio sulla perdita, la crescita e l’alienazione ai tempi dei social network composto da tre quadri, (Abbakkoapertaa + Neo. melò. Diko. + Un Racconto di fine mese verso le 3 e 1\2 della notte) ognuno per ogni età diversa (Adolescenza -Maturità -Vecchiaia).

Il linguaggio teatrale poetico utilizza gli elementi della Parola, del Gesto e della Musica per comporre una drammaturgia di scena originale.
Gli stili del Trittico sono accomunati dagli elementi in scena -gli stessi per tutti e tre i quadri -ma con valenza diversa.

A scrivere e comporre questi quadri è stata dunque la volontà e l’esigenza di indagare quelle zone d’ombra che segnano la separazione da un età all’altra e con loro le perdite che questa separazione comporta. La perdita di una persona cara, di un modo di essere, di un mondo, di una fase della vita. Parlare a cuore aperto di quelle zone d’Ombra sempre in bilico, come un limbo nel quale sempre di più siamo intrappolati.

Un modo per dire di sé, attraverso il battere di un cuore fatto come un Byte, per far rivivere in questo altrove, chi non c’è più, per stare noi stretti-stretti – più vicini – mentre ‘sta guerra moderna di chiamate, sms e trilli e post di bacheche virtuali invade. Ci invade.
A noi non resta che pregare, invocare -delirando- una preghiera per Madonne Contemporanee, pieni di arcani e di suggestioni.

Visioni su Visioni di byte per sto trittico, tri-tti-co, sto Trittico del mio Byte.

Leggi le recensioni
Di Gemma Criscuoli, La maschera e la Tela, 3 Ottobre 2014

Luca Trezza conosce molto bene i meccanismi dell’alienazione e della perdita. Sa descrivere come nessuno quel silenzio ostinato dell’anima che si impossessa di chi si muove nel delirio della sovraesposizione mediatica senza soddisfare realmente i propri desideri. Già in “wwww.testamento.eacapo” (I posto nella sezione Teatro del Festival della creatività di Roma Capitale 2013 ed attualmente finalista al Festival “Le voci dell’anima” 2014 di Gioia del Colle/Milano/Rimini) esaminava l’instabilità di un internauta. Stasera alle 21, presso il Piccolo Teatro del Giullare, l’artista salernitano tornerà nella sua città natale con “Trittico del mio Byte”, lo spettacolo che segna il secondo appuntamento con la rassegna teatrale “Per voce sola” - parole della nostra scena”, ideata e diretta da Vincenzo Albano. “Abbokkapertaa + Neo melo’. Diko. + Racconto di fine mese verso le 3e 1 della notte” costituiscono le tre tappe di un viaggio in una mente inquieta, che insegue senza sosta e senza successo un punto di riferimento che possa orientare nel caos di pensieri e urgenze emotive. Nella prima parte dello spettacolo la perdita di una madre è anche perdita del proprio mondo interiore: la desolazione di scoprirsi soli si carica di fortissima tensione, mentre il contesto in cui il protagonista si muove non sembra essere più rassicurante. I sogni di gloria di un cantante neomelodico in America, che si intrattiene con un impresario, una nonna, una ragazzina, diventano bilancio destabilizzante in “Neo’.melo’.Diko”, mentre la conclusione della messinscena vede protagonista un anziano, affetto da “arteriosclerosi digitale” alle prese con il racconto delle proprie vicende. La narrazione non ha tuttavia la funzione di un esorcismo, di una liberazione: inchioda chi racconta alle proprie nevrosi, a ciò che di irrisolto torna di continuo ad assediarlo. Una pièce simile non può non avere la struttura di un monologo, in cui il personaggio resta solo a considerare ciò che è stato e ciò che avrebbe potuto cambiare le carte in tavola. Lo stesso Trezza illustra il movente di un’operazione così complessa: “Un modo per dire di sé attraverso il battere di un cuore fatto come un byte, per far rivivere in questo altrove chi non c’è più, per stare noi stretti stretti, vicini, mentre questa guerra moderna di chiamate, sms, trilli e post di bacheche virtuali ci invade. A noi non resta che pregare, invocare, delirando una preghiera per questi aggeggi moderni come madonne contemporanee, pieni di arcani e di suggestioni”

Di Vincenzo Esposito, Pura Cultura, anno II n° 30, 5 Ottobre 2014

“Trittico del mio Byte” secondo atto della rassegna di Albano, ha mostrato come l’ethos del trascendimento – quella umana capacità, indagata dall’etnografo Ernesto De Martino, di dare senso all’esistenza attraverso il tentativo di soluzione dei problemi esistenziali che ingombrano la strada della vita quotidiana - sia in grado di adeguarsi alle mutate condizioni sociali economiche e culturali del contesto.

De Martino definisce Presenza questa capacità, quella di dar senso all’umano esserci nel mondo, a soddisfacenti relazioni con gli altri e con ciò che ci circonda.
La Presenza non è stabile, definitiva, raggiunta una volta per sempre. E’ fragile, debole, rischia di smarrirsi. Se ciò accade dopo sarà difficile recuperarla. Le società del mondo intero si sono dotate di strumenti in grado di prevenire tale rischio e curarlo. Dunque non si può vivere senza essere pienamente guidati dalla nostra Presenza e, ovviamente, gli strumenti adatti a preservarla sono culturali.

Ma cosa accade se, per un problema esistenziale rischiamo di perdere la Presenza oggi, nell’epoca del web 3.0? Una possibile risposta l’ha fornita Luca Trezza di “Formiche di Vetro - Teatro” nella sua performance. “Abbokkapertaa” racconta l’elaborazione del lutto per la morte della madre di un giovane uomo. La madre persa non può tornare e lui non può neanche “squillarla” perché il web 3.0 non permette ai defunti di avere un telefono perennemente connesso. Però anche il web, come i riti antichi, può trasformare la realtà in sogno allucinato nel quale viaggiare, nelle zona d’ombra profonda tra l’esistere e il non esistere cosicché l’ironia può trasformarsi in dolore e in messa in scena. In un “come sé” che la tecnologia sostiene proprio grazie alla sua virtualità.

La Presenza allora si riplasma in forma adeguata al mutare delle condizioni tecnologiche dell’epoca. Neo Melò Diko è il dramma di un cantante neomelodico che sogna l’America e il successo ma si ritrova a dialogare con la nonna, l’impresario e una ragazzina in uno spazio onirico-telematico che costituisce l’orizzonte di senso possibile alla sua crisi.

Un racconto di fine mese verso le 3 e mezzo della notte narra la storia di un reduce, ormai anziano che racconta/ripete la sua vicenda a qualcuno, cane vivo o morto che sia, non ha importanza perché è l’effetto taumaturgico della narrazione rituale a salvargli ancora la Presenza.

Sul web, come si intuisce dallo sfrigolio del vecchio modem 56k che usa per il suo “rituale- 3.0”

Di FrancescoTozza ,inseritosuwww.iconfronti.it, 29 Ottobre 2014

Sorprendente (almeno per chi, come noi, non conosceva ancora il giovane attore) il secondo assolo, offerto da Luca Trezza, con il suo Trittico del mio Byte: lacerti di vite disperate, senza indulgere in forme di un ormai stereotipato realismo, venivano presentati con una immensa voglia di comunicazione, in sotterranea polemica con i mezzi più agguerriti della tecnologia contemporanea. Particolarmente riuscito il primo dei tre monologhi, con quella sua ricerca allucinata di una madre che illuminava sinistramente indicibili zone d’ombra di una psicologia ferita, delirante: qui ancora una volta la voce, accompagnata da una sapiente colonna sonora e da una gestualità composta ma intensa, si è fatta teatro, dando vita ai fantasmi dell’inconscio, icasticamente portati alla ribalta della coscienza narrante

di Donatella De Stefano, Paese Roma, 17 Maggio 2015

Progetto nato dall’esigenza di accostare tre diverse modalità rappresentative
Uno scenario particolare, giocato su effetti di luci e ombre, pochi oggetti, protagonisti di un significato profondo, ed un solo Autore, Luca Trezza, che incarna tre modi di essere differenti nel corpo e nella mente pur mantenendo quella linearità e simultaneità del racconto che si fa portavoce di un messaggio evocativo e rilevante: il Trittico formato da Abbokkapertaa + Neo’.melo’.Diko + racconto di fine mese verso le 3 e 1/2 della notte.
Assonanze, figure retoriche, linguaggio dialettale e alcune parole, frutto di assoluta inventiva e creatività, sono le essenze di questo spettacolo nonché il minuzioso e miniaturizzato movimento dei muscoli al suon di musica che spazia dal classico fino alla canzone

neomelodica, ponendo grande attenzione non solo sonora ma anche testuale della lambada. Il filo conduttore d’immagine è la presenza del telefonino. Il testo è logico e ragionato per coinvolgere totalmente il pubblico, citando alcuni riferimenti ad opere colossali come l’Amleto di William Shakespeare, la Divina Commedia di Dante Alighieri e L’ultimo Nastro di Krapp di Samuel Beckett.

Ogni quadro del trittico dipinge età diverse: adolescenza, maturità e vecchiaia. Luca Trezza ha la capacità, i mezzi e le movenze per impersonare con toni di voci diverse le tre personalità fragili e inconsuete.
Il monologo della prima scena Abbakkoapertaa apre l’animo alla riflessione delle conseguenze allucinogene collegate alla perdita di una Madre e alla sua ricerca disperata per i vicoli, nei sogni, nelle danze, nei mercati e nei cessi di una discoteca. Il confine tra la vita e la morte si fa sottile, tanto da provocare un incontro in una zona di ombre mossa da esigenze ormonali e inquietanti. La separazione non trova pace nemmeno indagando e cercando risposte in “madonne contemporanee”, pieni di arcani e suggestioni.

Neo.melo’.Diko. narra invece, sotto forma di un giallo di periferia melo’, la vicenda di un cantante neomelodico. Affida a noi il racconto della sua vita, apparentemente normale: ama cantare alle feste di matrimoni e di battesimi, ha un sogno nel cassetto, ha la sua cerchia di amici tra cui un “impresario”, ha una fidanzata, ed ha come figura della famiglia la presenza della nonna. In tutta questa “guerra moderna” di chiamate, sms, trilli e post in bacheca, il povero ragazzo si ritrova a “spegnere” il battito del suo cuore.

Racconto di fine mese verso le 3 e 1/2 della notte parla di un vecchio reduce di guerra. Ammalato di “artereosclerosi-digitale”, ascolta tutte le notti ,verso le 3 e 1/2 della notte, le proprie registrazioni mentre commenta le sue storie al suo cane vivo o morto, non si sa. Quasi come uno spettro blu sullo sfondo nero appare come una visione questa strana figura che a tre quarti della scena sospira parole e sofferenze.

Tre storie indipendenti tra loro o collegate? Sicuramente immerse in un panorama del mondo virtuale che ci circonda: la perdita non più materiale delle persone e la loro ricerca disperata in chiamate e bacheche dei social network, il divertimento portato all’esasperazione e non alla soddisfazione e riflessione di se stessi e degli affetti e, infine, una possibile visione futura di un contesto alienato da presenze ancestrali di Byte.

Di Adriano Sgobba, Paper Street, 6 Giugno 2015

Cosa separa giovinezza, età adulta e vecchiaia? Solchi di dolore, sentimenti a scadenza o frammenti di ricordi idealizzati?
Una volta chiusa la porta del piccolo teatro trasteverino Formiche di Vetro, si avverte subito la sensazione di essere finiti in una bolla di memoria: la prima percezione ad alterarsi è proprio quella temporale.

Con un linguaggio asfittico – fatto di parole smontate e rimontate – e gesti convulsi, quasi allucinati, si palesa sulla scena un figlio (Luca Trezza, autore, regista e interprete unico) che ha perso la madre e la cerca, disperato e confuso, per i vicoli di un non-luogo fatto di madonne mute attaccate alle pareti e discoteche farcite di vita chimica. Ecco che anche la percezione spaziale comincia a distorcersi. Se tempo e spazio, dunque, sembrano indefiniti e infiniti, diventa invece chiarissimo il meccanismo innescato dallo spettacolo: il primo algoritmo di questo Trittico del mio byte sarà pertanto la separazione.

Poi, le luci illuminano di ombre la scena e accordano i sussulti di voce ai movimenti, ora plastici e controllati, ora schizzati e violenti, rendendo quasi impercettibile il cambio di ambientazione: un cantante neomelodico, vittima imperfetta trapassata dall’amore, racconta

la realtà corrotta in cui viveva prima di ritrovarsi in uno stato di nebbiosa beatitudine post mortem. Il secondo “byte”, allora, non potrà che essere la perdita.
Spazio e tempo fanno un altro giro di vite, e sulla scena ora si consuma una via crucis sintetica dell’esistenza. È un accumulo di vita tòrta su se stessa: il terzo solco scavato e scovato dall’autore-attore diventa lo smarrimento. Un vecchio cieco à la Krapp si consuma ascoltando vecchie registrazioni, incise forse per scolpire viva la vita sul nastro del ricordo; ammalato com’è di “artereosclerosi digitale”, tutte le notti ripete la sua storia a un cane, ultimo appiglio della ragione contro la solitudine.

Luca Trezza, insomma, accompagna il pubblico nell'esplorazione di quelle zone d’ombra che segnano il passaggio forzato da un’età all’altra, evocando dolore, perdita e, appunto, smarrimento. Forse però, alla fine di questo accumulo forsennato di parole gesti ed emozioni prepotenti, allo spettatore non rimane più la forza per scoprire se una via d’uscita da questa gabbia di sensi che causa l’aritmia di un cuore piccolo come un Byte (una limitata cella di memoria) ci sia.

Per difendersi forse, non resta che “stare noi stretti-stretti – più vicini – mentre 'sta guerra moderna di chiamate, sms e trilli e post di bacheche virtuali invade. Ci invade.” Separazione, perdita e smarrimento: un'operazione chirurgica di alienazione che alimenta la vigliaccheria di chi sopravvive di paura, bypassando le emozioni dall’aorta alla ragione.

Di Lucia Medri, TeatroeCritica, 12 Marzo 2016

Luca Trezza e il byte di una formica di vetro

Roma non è fatta solo di spazi teatrali che chiudono, ammettiamo che essi siano la maggioranza e che le politiche culturali non hanno cura di evitare questo progressivo e graduale depauperamento, ma non cadiamo nel pessimismo dilagante e facciamoci forza constatando invece la nascita di nuove spinte e stimoli. La fragilità resta, purtroppo, il quid imperituro del mestiere d’attore, aspetto però che unito a un’operatività da formiche rende simbolicamente l’idea di un connubio, quasi, indistruttibile: vulnerabilità e forza infaticabile congiunte insieme. L’associazione culturale Formiche di Vetro Teatro incarna nel nome questa doppia anima; nata nel 2008 dalla volontà dell’attore salernitano Luca Trezza che, dopo essersi diplomato all’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica Silvio d’Amico, ha scelto di costruirsi un proprio percorso autonomo. Solo nel 2014, l’associazione riesce a dotarsi finalmente di uno spazio in via dei Vascellari a Trastevere con la volontà di animarlo «di un nuovo, piccolo cuore pulsante». Le stesse organizzatrici, Eleonora Bucci e Ilaria Fantozzi, ci raccontano che appena aperto, per incuriosire e informare gli abitanti del quartiere, ma anche gli stessi turisti, piccole performance sono state fatte in strada nello spiazzo davanti al portone della sala.

Un teatro che oltre a presentare gli spettacoli scritti dallo stesso Luca Trezza, si dedica parallelamente alla formazione con progetti dedicati all’allenamento per attori, a corsi di recitazione e giochi di espressione corporea per i bambini.
In gara per il Premio In-Box 2016 e prodotto da Formiche di Vetro Teatro, lo spettacolo Trittico del mio byte scritto, diretto e interpretato da Luca Trezza è «un soliloquio sulla perdita, la crescita e l’alienazione ai tempi dei social network» suddiviso in tre filoni narrativi

Abbakkoapertaa + Neo. Melò. Diko. + Un racconto di fine mese verso le 3 e 1⁄2 della notte ognuno dei quali potrebbe essere inteso rispettivamente come specchio deformato di adolescenza, maturità e vecchiaia. Se è vero che forse il titolo in sé non rende tanto giustizia allo spettacolo, non possiamo esimerci dal definirlo, sin dal testo, una prodezza letteraria. Sulle note di un «Vivaldi che si fa Bach», attingendo alla vena rivoltosa e ribelle di Urlo (Howl) di Allen Ginsberg e insinuandosi nelle pieghe lamentose del beckettiano Dondolo, la drammaturgia di questo trittico si articola in una lingua scomposta, interrotta da una parola sdrucita, come un messaggio bucato nell’etere. Bisbigli, urla, cantilene, sputi che scivolando nel palato si aprono poi in urla sofferenti; danno corpo a personaggi capricciosi e riottosi di diventar protagonisti in scena. Una madre lontana, andata via, fuggita, momentaneamente non raggiungibile, pregando di richiamarla più tardi. A quale numero? Risponderà? Increduli fino a dove la recitazione virtuosistica e formalmente artificiosa oserà spingersi, guardiamo l’attore farsi verso, giocare con la fonetica delle parole ordinate metricamente e poi distrutte per dirle in altro modo, creando un susseguirsi di inattesi significati onomatopeici. Una dietro l’altra, prima dell’altra, fagocitandosi in una corsa senza respiro. Il neomelodico carnascialesco irrompe in tutto il suo invadente e comico lato trash nella seconda storia così diversa ma simultaneamente legata alla prima e alla terza. Distopica e postmoderna – che ricorda tanto il film Strange Days di Kathryn Bigelow – è la conclusione in cui esseri in attesa di Happiness attaccano la loro vita al filo del caricabatterie di un cellulare.

Anche se l’impatto con questo surreale trittico possa essere disarmante e confondere lo spettatore nel caos di una scrittura spregiudicata, la sua visionarietà resta in definitiva conturbante. Nello stile è ravvisabile l’influenza di autori come Emma Dante, Danio Manfredini, Roberto Latini e Ilaria Drago, coi quali Trezza ha seguito laboratori di approfondimento. La spinta è quella di presentare al pubblico una prova difficile nei toni e nella struttura, portatrice però dei germi di un nuovo linguaggio.

Di Elisabetta Rizzo, Recensito, 08 Marzo 2016

By(t)e By(t)e my happiness: Luca Trezza in “Trittico del mio byte”

Cos’è un byte? È la contrazione di un corpo che sta male. È il pensiero di una mente che tende ad autodistruggersi. È l’esperienza dell’abbandono. Perché al centro di uno spazio che diventa palcoscenico per un’ora c’è Luca Trezza che si confida e si affida agli sguardi del suo pubblico. In mano ha un cellulare. Dice di essere stato abbandonato dalla madre e di averle scritto un cantico. La cerca, chiede di lei e si arrabbia quando al posto di una risposta non ci sono altro che vuoto e silenzio. Ma il confine tra chi abbandona e chi è abbandonato si fa sottile fino a scomparire. Così come scompare la differenza tra l’ambizione di diventare un cantante neomelodico famoso e la necessità di essere un delinquente. E poi c’è il limite tra realtà e sogno (anche se forse è più un’illusione) che si dissolve nel buio della sala.

“Trittico del mio Byte” è l’opera che Luca Trezza interpreta, che dirige e che ha scritto. “Abbakkoapertaa”, “Neo. melò. Diko”, “Un Racconto di fine mese verso le 3 e 1⁄2 della notte”. Tre momenti, tre eventi, tre personaggi che però risalgono a un’unica origine, a quel byte che dirige il corpo del protagonista assoluto, Luca Trezza, verso ombre che gli parlano. Il linguaggio è compulsivo, poco chiaro e Luca Trezza a tratti è anche logorroico. Un flusso di

parole che va dalla bocca dell’attore all’orecchio di chi ascolta, e che nel frattempo assorbe le assenze che si muovono sul palcoscenico insieme a lui.
Con Luca Trezza ci sono le voci che vengono dall’altra parte del cellulare, persone che dialogano, ma che non si lasciano vedere. E sul fondo l’unica presenza è quella di un manichino nero. Rappresenta la figura di una donna; sopra gli occhi ha una fascia bianca, che l’attore utilizzerà per fare l’overdose di una realtà che non ha contenuti. Il nulla, infatti, lo circonda mentre con gli occhiali da sole e la fascia, che gli stringe il braccio, si inietta “roba virtuale” nelle vene. Non gli rimane nient’altro che questo. Luca Trezza non c’è, è annientato dal senso della perdita e si perde. E neanche in quella parte dello spettacolo che rappresenta la maturità c’è un recupero, ma soltanto un’estraneità che si compie del tutto. Ogni parola sembra essere un addio alla possibilità di essere felici, e in compenso si fa avanti quella frustrazione che percorre il personaggio attraverso spasmi di dolore.

Tutto si chiude con il gracchiare di un modem analogico 56k. Una vita raccontata come se fosse l’ingranaggio di una macchina.
Luca Trezza non è solo l’attore e l’autore di “Trittico del mio Byte”, è anche il fondatore dell’associazione culturale Formiche di vetro – Teatro. Tra i suoi lavori: “Quel che resta delle mie formiche”, “Fazzo-letti”, “www.Testamento.eacapo”.

Di Teresa Corrado, CulturSocialArt, 15 Marzo 2016

“Trittico del mio byte” è un titolo davvero particolare, che accompagna lo spettacolo di Luca Trezza al teatro Spazio Formiche di Vetro nella spettacolare cornice che rappresenta la zona di Trastevere a Roma.

Un lavoro scritto, diretto e interpretato dal giovane attore Luca Trezza, diplomatosi all’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica Silvio d’Amico di Roma, che è per attore solo.

Il suo è un lavoro particolare dove la recitazione è intrinseca ai movimenti del corpo, utilizzando molto i chiaro scuri del teatro. Ma ciò che colpisce maggiormente è la ricerca di un modo nuovo per spiegare alcuni fasi ai tempi dei social network. Attraverso questi byte, infatti, si evolve la storia, che sottolinea con forza i nuovi generi della comunicazione che è diventata fondamentale all’interno del nostro scambio relazionale. Lo spettacolo è diviso in tre quadri: Abbakkoapertaa ,Neo.Melo.Diko., Un racconto di fine mese verso le 3 e 1/2 della notte che rispettivamente si rivolgono a età diverse, Adolescenza, Maturità, Vecchiaia.

Lo spettacolo, che si mostra in modo originale agli occhi dello spettatore, si basa su un linguaggio poetico che unisce testo, gestualità e musica. La musica ha un ruolo importante, come la gestualità e completano le parole che raccontano. Ma a raccontare è anche il corpo dell’attore che si muove sul palco utilizzando pochi oggetti inusuali.

Da un inizio serioso, si passa ad un dialogo più leggero e ilare, fino alla conclusione, ma nelle sue fasi il protagonista si fa seguire soprattutto dall’evoluzione della musica napoletana, dai classici, al nuovo neomelodico, omaggio alle origini campane del protagonista.
Sicuramente un lavoro interessante per questo giovane artista che ama sperimentare e innovare all’interno del panorama artistico, tra il classico e il moderno.