ASSOCIAZIONE CULTURALE FORMICHE DI VETRO TEATRO | Testamento
243
post-template-default,single,single-post,postid-243,single-format-standard,ajax_fade,page_not_loaded,,qode-title-hidden,qode_grid_1300,hide_top_bar_on_mobile_header,qode-content-sidebar-responsive,qode-theme-ver-10.0,wpb-js-composer js-comp-ver-4.12,vc_responsive

Testamento

Scritto, diretto ed interpretato da Luca Trezza Una produzione Formiche di Vetro Teatro

Il progetto nasce come TESTAMENTO.

Un testamento per trapanarsi l’anima con suggestione ed ironia. Un mettere un punto. E ripartire. Morire e rinascere. In 60 minuti.

I classificato Festival della creatività – sez. Teatro Roma Capitale 2013

Vincitore del XII Festival Voci dell’Anima 2014

Premio della Critica “CRT di Milano” Premio della Critica “Teatro degli Atti di Rimini”

 Il tutto con molta “emoticon”. Un’emoticon che ti “scassi la faccia” ed il resto che c’hai addosso. Un soliloquio-dialogante. A parlare? Le voci dell’infanzia. I mamma-papà. I ricordosi ricordi e le sfumature che si trasformano, s’arravogliano, s’invadono.

Dialoghi da chat e lettura lirica. Per costruire la trama, l’intreccio. Il viaggio. La lingua è affettata, affogata, si apre, si chiude, si riassesta su se stessa. Una lingua spezzettata, con neologismi romano – napoletanosi e citazioni.

La scena è vuota. Pochi elementi miseri: un leggio, una rosa, un bicchiere di latte, una webcam.

Un uomo ed un computer. Un uomo appeso su un filo di una connessione remota. Un uomo ha un appuntamento con una “X”, un appuntamento da chat, sopra un ponte. Mentre attende, ecco l’infanzia: i mamma-papà, i nonsense, le canzoni, i gatti e le falene sui lampioni. Un delirare. Come un urlo, una lamentazione.

Un “faccia libro” di questo tempo.

Leggi le recensioni
Andrea Pocosgnich, TEATRO E CRITICA, 31 GENNAIO 2013

... Veicolo di lirica fisicità, Luca Trezza compone una partitura recitativa dal sapore sinfonico. Ed è piacevole quando il risultato supera le aspettative dando il la a una vera e propria scoperta. Non è il monologo sulla società ipermediata e virtualmente socializzata che ti aspetti, non è la solita satira dei costumi ai tempi di internet. Vi è lo strazio di un amore assaporato e mai sbocciato, di un giovane delirio urbano sfiorito nel buio di una città che sfugge. Eppure in questo teatro di poesia di Luca Trezza, originale nella sua capacità di pescare a piene mani tra i modelli recitativi della tradizione partenopea per sporcarli immediatamente in un mare di contorsioni e suggestioni pop, quel pathos che in altri momenti renderebbe acerba la migliore delle speranze drammaturgiche qui si sublima all’improvviso in equilibrio delicatissimo tra ironia e autocompiacimento. La forza è in questo incrocio pericolosissimo nel quale Trezza ha fatto convergere la sperimentazione verbale (con cadenze e intuizioni dal sapore futurista) con quella fisica. Bisogna avere antenne drittissime per percepire tutte le sfumature cromatiche con cui il giovane performer e autore compone il testo; sono tante gocce, forse troppo deboli viste singolarmente, ma che nell’insieme hanno qualcosa di esplosivo e inaspettato ...

Francesco Sala, IL GIORNALE, 17 febbraio 2013

... A pochi metri dal Teatro la Comunità in Trastevere, presso la Casa delle Culture, Luca Trezza presenta il suo soliloquio. Un uomo e un computer. Una connessione, una chat, un appuntamento al buio con una certa x. Mentre attende l'arrivo della sua amica virtuale che non conosce, sotto un lampione, vicino al luogo dell'appuntamento, il protagonista ricorda alcuni momenti dolorosi della sua infanzia: la mamma, le canzoni cantate dal padre, la gatta, i panni stesi; immagini e rimembranze che agiscono sul corpo dell'attore come bestie feroci, come trapani nel cervello. I suoi fatti intimi diventano atti teatrali, offerti con dolore e generosità allo spettatore. I ricordi, le sfumature dialettali, si accavallano alla sottile critica sul mondo di internet. L'utilizzo compulsivo dei social network, dei falsi sentimenti, l'ansia della nostra reputazione telematica, ci fanno piombare in una vera sindrome di iperrealtà. Davanti agli schermi ci trasformiamo e i social rendono asociali.

Alessandro Toppi, IL PICKWICK, 11 febbraio 2014

... La sensazione, al primo sguardo, è simile a quella dello zapping televisivo contraddistinto però non da immagini nitide, pulite e perfette, ma da sequenze momentanee e discordi, distorte, come piegate e stritolate in se stesse.
... Interessante il lavoro fisico: un campionamento insistito di spasmi espressi con forza e con energia che esplode in un attimo per placarsi l’attimo dopo: il ripetuto scivolìo della mano sinistra, gli scatti laterali del volto, il formicolio battuto sul corpo o sul pavimento e certa propensione al ripiegamento corporeo (schiena curva, scapole e spalle inclinate) riescono ad accompagnare e significare più di quanto faccia – in alcuni casi – il dettato: l'immobilismo auto-reclusivo, lo stato di abbandono casalingo, la situazione di chi vive rintanato in un’ombra colorata solo dalla luce pallida di uno schermo producono perciò una semi-epilettica caratterizzazione gestuale, tipica di chi s’affolla la mente di ricordi e pensieri ...

Gemma Criscuoli, LA MASCHERA E LA TELA, 22 marzo 2014

Quello di Luca Trezza è uno spettacolo disturbante. Si respira disagio come fosse ossigeno. Eppure è

estremamente necessario

...

è uno specchio generazionale tendente di continuo al parossismo e al

tempo stesso il ritratto convulso di un’anima serrata nelle proprie nevrosi. I pochi oggetti in scena

descrivono le fragili coordinate di quello che potrebbe essere liquidato come un sociopatico

ossessivo con il passato, la difficoltà di appropriarsi del tempo, l’insofferenza di non riconoscere più il proprio volto nello scorrere insensato delle ore. La rosa posta nel bicchiere di latte allude alla passione che trae linfa dalle pulsioni dell’infanzia, quasi fosse un’occasione per ritrovare la propria identità:

...

Il corpo

di Trezza è esagitato perché riflette l’incapacità di divincolarsi da se stesso. Le catene che lo stringono mentre attende invano su di un ponte la ragazza X conosciuta in chat (lo stesso ponte da cui un uomo fa

precipitare la moglie per aver scritto su Facebook di essere single: le parole sono pietre) sono il legame

opportunità frustrata dall’impossibilità di manifestare una sessualità adulta. La mela divorata

simboleggia il tempo consumato senza costrutto, il vecchio osservato da un androne prefigura l’aridità che lo attende. Nell’eterno presente della chat, dove tutto può ripartire da capo, il passato è un fantasma molesto e il futuro un nome da dare al proprio nulla. Quello contro cui il giovane si accanisce è la frustrazione di chi è ormai ridotto a un nickname, senza sperimentare i rischi e i piaceri della carne. Ecco allora che il suo percorso è un falso movimento: gli orizzonti si restringono fino a scomparire e poco vale

guardare dentro di sé fino alle ossa. È la vita stessa a non apparire su quel ponte solitario.